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dimarts, 3 de novembre del 2026

Antonio Restori, Letteratura provenzale, Hoepli, 1981 (indice, capitolo 1)

(Manuali Hoepli)

Letteratura provenzale
del
D.r Antonio Restori
Professore titolare al Regio Liceo di Cremona.
Libero Docente di Letterature Romanze nella R. Università di Pavia.

Ulrico Hoepli
Editore-libraio della real casa
Milano
1891


Al professore
Gennaro Buonanno
Direttore della Biblioteca Governativa di Cremona.

Al professore Gennaro Buonanno Direttore della Biblioteca Governativa di Cremona.

(N. E. Este libro lo edito para mí y para poner online. Si lo publico como libro no llevará mis comentarios.)

Questo libretto non si dirige ai dotti romanisti, ma, secondo l'indole di questa collezione di Manuali, a quella parte di pubblico cólto che pure essendo profano a questi studi, ami di avere della letteratura provenzale un' idea più esatta e completa di quanto generalmente si abbia. Senonchè i monumenti di essa sono così sparsi per libri e riviste, e ancora in tanta parte inediti, che ho dovuto abbondare di citazioni e di rimandi; abbondare, s'intende, rispetto a quel che s'usa in un semplice Manuale; ma in generale - poichè ormai le lunghe note bibliografiche sono una falsa ricchezza che non inganna nessuno - mi son contentato di citare le opere che o sono di notevole importanza o, perchè recentissime, possono informare i lettori di tutto ciò che su l'argomento s'era stampato prima. Ho voluto insomma far cosa che non riesca discara nè agli studiosi nè ai dilettanti; mi sarò io invece allontanato e gli uni e gli altri? Non sarebbe un caso raro!
Comunque avvenga, tu, cólto e buon amico, sei stato testimone della fatica che quest'operetta mi costò, e spesso, nella tua qualità di bibliotecario, hai dato grande e intelligente aiuto alle molteplici mie ricerche. In te almeno, essa troverà un indulgente lettore: io te l'offro dunque, mosso da quel sentimento che, per i nostri figliuoli, ci spinge a cercare un padrino tra gli amici più stimati e più cari.

Cremona, marzo 1891.


Antonio Restori.


Indice.
(N. E. Las páginas no coinciden con este formato, no las pongo.)

Abbreviazioni più usate.

Capitolo I.


Provenzalisti antichi e moderni.
(Las Razos de trobar di Raimon Vidal - Lo Donatz proensals di Ugo Faidit. - Regles de trobar di Jaufré di Foxá. - Doctrina de compondre dictats.
- Doctrina de cort di Terramagnino da Pisa. - Las leys d'Amors di Guillem Molinier. - Cinquecentisti italiani studiosi del provenzale. - Giovanni de Notredame. - Antonio Bastero. - La Curne di Sainte-Palaye. - Raynouard,
Fauriel, Galvani, Milá y Fontanals. - Federico Diez. - I provenzalisti contemporanei.)

Capitolo II.


Lingua provenzale: confini e nomi. - La Provenza greco-romana: invasioni barbariche: il basso latino. - Primi documenti letterari.
(Confini e divisioni dialettali. Lengua romana, lengua d'oc, proensal, lemosí. - Il basso latino in Provenza. - Traccie del nuovo volgare.
- Primi documenti: Alba bilingue, Poema su Boezio. - Frammenti di Vite di Santi. - Un Noel e una Preghiera alla Vergine. - Poema su Alessandro. - Frammenti di un Evangelo in prosa.)

Capitolo III.


La lirica provenzale: sue origini. - La cavalleria e suoi rapporti con la lirica dei trovatori.

(Histriones e joculatores. - I trovatori: donde provengano; loro arte poetica. I giullari. - La cavalleria; origini e indole dell'amore cavalleresco. - Tecnica amorosa e poetica dei trovatori. - Canzone e serventese.
- Nota sulle principali forme liriche.)


Capitolo IV.

La lirica provenzale: i primi trovatori. - Periodo di splendore della poesia trovadorica.
(Guglielmo di Poitiers. - Eble II e Bernardo di Ventadorn. - Marcabru.
- Giaufredo Rudel. - Pietro d'Alvernia. - Pietro Rotgier. - Giraldo di Bornelh. - Guglielmo di Cabestaing. - Arnaldo Daniello. - Arnaldo di Mareuil. - Bertrando dal Bornio. - Pietro Vidal. - Folchetto di Marsiglia.
- Nota sui mecenati e cultori della poesia trovadorica.)


Capitolo V.

La lirica provenzale: sua decadenza. - Suoi influssi nelle letterature vicine.

(La Crociata contro gli Albigesi. - Gli ultimi trovatori. - L'accademia tolosana; sua origine e regole. - Influenza della poesia provenzale in Francia, in Castiglia, in Portogallo, in Catalogna e Aragona, in Germania. - I trovatori provenzali in Italia: Pietro Vidal, Gaucelmo Faidit, Rambaldo di Vaqueiras, Folchetto da Romans, Aimerico da Pegulhan, Ugo di San Circ, Guglielmo Figueira e altri. - Italiani che poetarono in provenzale: Manfredi Lancia, Pietro della Cavarana, Rambertino de' Buvalelli, Sordello, Nicoletto da Torino, Ferrarino da Ferrara, Lanfranco Cigala e altri. - Ultime traccie provenzali in Italia.)


Capitolo VI.

Letteratura profana: epica, bretone, classica. - Novelle, favole, storia.

(La poesia epica non è indigena in Provenza. - Poema franco-provenzale di Girart de Rossillon. - Fierabras. - Daurel e Beton. - Aigar e Maurin.
- Philomena. - Il Romanzo d'Arles. - Ciclo bretone: Jaufré, Blandin de Cornoalha, Guillem de la Barra. - Novelle: Flamenca e altre. - Favole esopiche. - Poemi storici: Chanso d'Antiocha, canzone della Crociata albigese, e altre. - Nota su poemi provenzali perduti.)


Capitolo VII.


Letteratura profana: scientifica, didattica e morale.

(Indole della scienza medievale. - Opere grammatiche, giuridiche, sulla caccia, botaniche e agrarie. - Calendarii e divinazione. - Lapidarii e bestiarii. - Scienze medico-chirurgiche. - Trattati di indole collettiva o enciclopedica: Tesoro, Breviario d'amore, Elucidario e altri. - Letteratura didattica: gli Insegnamenti. - Poesie allegoriche: Allegoria d'amore, Corte d'amore, Castel d'amore. - Opere, trattati, epistole su argomenti morali.)


Capitolo VIII.


Letteratura religiosa, biblica e narrativa.

(Versioni dal vecchio e nuovo Testamento. - Leggende evangeliche: Evangelium infantiae e di Nicodemo, la Fine del mondo, il Legno della croce, la Vindicta Salvatoris. - Poesie e prose riguardanti il culto della Vergine. - Vite diverse di Santi. - Leggende di Santi: Visioni di S. Patrizio, di Tundalo, di S. Paolo, Legenda aurea. Barlaam e Josaphat.)


Capitolo IX.


Letteratura religiosa, lirica e didattica. - Letteratura dramatica, sacra e profana.

(Canti religiosi. - Cantici su Maria, sullo Spirito Santo, sulla Risurrezione. - Parafrasi in poesia e in prosa di preghiere cristiane; versioni dei salmi.
- Opere didattiche: Prediche ed Omelie. - Dibattiti tra cattolici ed eretici. - Il Dottrinale, e libri catechistici. - Trattati valdesi in poesia e in prosa.
- La Danza della morte. - Origine ed indole del teatro medievale.
- Il Ludus stultorum. - Sposalizio di Maria Vergine. - I misteri della Natività, della Passione, di Santa Agnese. - Ludus sancti Jacobi.
- Cinque misteri brianzonesi. - Ultime traccie del teatro medievale.)


Capitolo X.


Cenni sulla storia letteraria provenzale dalla fine del secolo XV ai giorni nostri.

(La letteratura provenzale diventa vernacola: sua indole locale. - Poeti in dialetto nel Cinquecento; Pietro Goudouli. - Poeti del Seicento: Saboly e Daubasse. - Poesia nel Settecento; poesie del periodo della Rivoluzione. - Giacomo Jansemin e Giuseppe Roumanille. - Fondazione del félibrige: suo scopo, suoi caratteri. - Federico Mistral. - Félibres contemporanei.)


Abbreviazioni più usate.

Archiv. Archiv für das Studium der neueren Sprachen und Literaturen. Hrsg. (herausgegeben) von Ludwig Herrig.

Biogr. - Les biographies des troubadours, avec introduction et notes, par Camille Chabaneau (Estr. dal tomo X della Hist. générale de Languedoc; Toulouse, Privat, 1885).

Chrest. - Chrestomathie provençale par Karl Bartsch.
(Si cita sempre la 3.a ediz. Elberfeld, 1875.)
(N. E. Ver la edición de Ramón Guimerá Lorente)

Rdlr, oppure Rev. des lan. rom. - Revue des langues romanes publiée par la Société pour l'étude des langues romanes. Montpellier et Paris.

Rom. - Romania: Recueil trimestriel consacré à l'étude des langues et des littératures romanes, par Paul Meyer et Gaston Paris. Paris, Vieweg.

Z., oppure Zeits. - Zeitschrift für romanische Philologie, hrsg. von
G. Gröber. Halle, Niemeyer.


Capitolo I.
Provenzalisti antichi e moderni.

§ 1. La lingua provenzale ebbe già dal XIII secolo grammatiche e glossarii e perfino rimarii. Nè ciò farà meraviglia quando si pensi che la letteratura di Provenza, già decadente nella sua patria, s'era allargata oltre i Pirenei e al di qua delle Alpi; e certo pei Catalani e per gli Italiani non erano inutili tali guide grammaticali e poetiche. Nella prima metà del secolo XIII, il poeta Raimon Vidal di Bezaudun o Besalu, nel settentrione della Catalogna, forse alla corte di Pietro II d'Aragona, scrisse un trattato di grammatica in servizio della poetica. S'intitola: Las Razos de trobar. Incomincia a stabilire che le regole della retta dizione son date, a preferenza delle altre regioni provenzali, dal Limosino; perchè, dice l'autore, “tuit li home qi en aqella terra sunt nat ni norit han la parladura natural e drecha..., et per aizo sun en major autoritat li cantar de la parladura de Lemozi que de negun' autra lenga.”
Passa poi a parlare delle varie parti del discorso, notando specialmente in che abbiano errato molti de' trovatori antecedenti, sia per obbedire alle esigenze della rima, sia trascinati da abitudini dialettali. La importanza di siffatte indicazioni non è chi non vegga; ma ragion vuole che delle Razos si lodi anche la forma spigliata e varia, assai meno rigidamente stretta allo schema delle grammatiche latine medioevali che non tutte l'opere seguenti dello stesso genere. (1 : Razos. L. Biadene: Las Rasos e lo Donatz, in: Studi di fil. rom., fasci. III (1885), pag. 336-402.)

§ 2. Il lavoro di Raimon Vidal ebbe assai voga in Provenza, in Catalogna e fu conosciuto anche in Italia. Le Leys d'Amors, (v. § 5) lo nominano e discutono talora alcune delle sue affermazioni; e della sua diffusione vedremo più innanzi altre prove. Ebbe invece molto minor fama una grammatichetta provenzale di un certo Ugo Faidit. Siccome nelle scuole latine medioevali erano di grande uso l'Ars gramatica e l'Ars minor del grammatico Donato, il Faidit seguendo specialmente le traccie della Ars minor, intitolò la sua: Lo Donatz proensals. L'operetta, che ha press'a poco le stesse proporzioni delle Razos, è pure in prosa, e assai più arida e pedantesca. Si limita quasi solamente alle questioni grammaticali.
Essa è anteriore all'anno 1246, e sebbene il nome dell'autore mostri ch'egli non era italiano fu composta certamente in Italia, per compiacere (come dice l'autore) alle preghiere di due signori italiani, Iacopo da Morra e Corraduccio da Sterleto, entrambi noti per documenti storici.
Il conte di Sterleto è nominato in un contratto del 1243; il da Morra prese parte attivissima nelle vicende politiche del regno di Federico II tra il 1239 e il 1247. Alcuni manoscritti che contengono il Donatz proensals ne dànno anche una traduzione in latino. Una traduzione italiana ancora inedita, un po' in compendio, ne fece per suo uso il noto storico Benedetto Varchi. Il Donatz del resto non fu conosciuto affatto fuori d'Italia, mentre più che le Razos, seguitò ad essere conosciuto dai provenzalisti italiani dei secoli XVI e XVII.
(1 : Donatz. V. nota paragrafo precedente.
Ugo Faidit, Il Gröeber [Z. VIII, 113-17 e 290] credeva autore del Donatz Ugo de Sant Circ, il prof. P. Merlo [Giornale stor. d. lett. ital., II, 1-27, III, 218-21 e 398-400, IV, 203] Gaucelm Faidit. Il Biadene sciolse la questione. (N. E. Ugo de Sant Circ = Uc Faidit : expulsat, exiliat)
Jac. da Morra e Corr. da Sterleto. C. Frati: Appunti dai Regesti di Innocenzo IV in: Propugnatore, a. 1889, p. 165-83.)

§ 3. Le Razos di Raimon Vidal trovarono un imitatore, o meglio un seguitatore nel catalano Jaufrè de Foxá. Egli era dapprima monaco francescano; poi nel 1275 passò monaco benedettino nel convento di
S. Felice di Guixols presso Gerona. Nelle vicinanze di Gerona è pure Foxá o Foixá patria di lui. Non è improbabile che siano anche sue tre poesie religiose attribuite a un Monaco di Foissan, il quale si qualifica come frate minore: esse sarebbero perciò anteriori al 1275. L'operetta grammaticale e didattica di Jaufrè s'intitola: Regles de trobar; fu scritta per domanda di Giacomo re di Sicilia; ciò permette di porre tra il 1286 e il 1299 la composizione dell'opera, ma non possiamo dire se l'autore scrivesse in Sicilia oin Catalogna. Il suo libretto, come egli stesso afferma, è un seguito dell'opera di R. Vidal, ma steso secondo un piano abbastanza imperfetto e con osservazioni molto elementari, e però poco istruttive. Anche la lingua sebbene Jaufré si sforzi di assimilarla al pretto provenzale, è fortemente catalanizzata. (N. E. JA JA JA! diría Bastero)
Un breve trattatello in prosa di arte poetica, che forse non è che il compendio di opera più vasta ora perduta, è la Doctrina de compondre dictats (comporre poesie) di anonimo autore. Consta di 34 brevi articoli, coi quali si può, dice l'autore, leugerament (facilmente) venir a perfeccio de la art de trobar. Ma in realtà essi non sono che una esposizione precisa sì (N. E. òc), ma del tutto sommaria, di sedici diversi generi di poesie. Circa la composizione dell'operetta può dirsi solamente che ella con tutta probabilità è anteriore alle Leys d'Amors. (N. E. com La Barca)
Un'altra Arte poetica, o meglio un frammento di essa, conservato da un manoscritto vaticano, appartiene al secolo XIII. Essa pure, era in prosa, ma corredata di copiosi esempi poetici tolti specialmente dalle poesie di Ugo de Saint Circ. (1 : Regles de Trobar. P. Meyer, Romania, IX, 51. Su Jaufré de Foxá, in: Romania, X, 323, A. Thomas.
Docirina de comp (Doctrina de Cort o d'acord). dictats. P. Meyer, Romania, VI, 355.
Arte poetica. E. Monaci, Facs. di ant. Mss., 3-4.)
(N. E. Este autor o el editor está muy despistado ya al comienzo del libro)

§ 4. Opera d'un italiano è la Doctrina de cort, scritta da Gerolamo Terramagnino da Pisa, del quale abbiamo anche un sonetto rinterzato italiano, edito nella Storia della volgar poesia dal Crescimbeni (III 57). L'opera del nostro compatriota non dimostra in lui molta originalità e neppur molta conoscenza di grammatica. Egli si è limitato a mettere in versi provenzali, vacillanti nel metro e a rime accoppiate, le Razos de trobar di Raimondo Vidal, le quali egli segue passo a passo, senza peraltro nominarle. Tutta l'originalità sua consiste nella scelta degli esempi, che non sono mai quelli del suo modello. Anche questa scelta è poco felice, perchè talvolta l'esempio non conviene affatto con la regola grammaticale ch'ei vuole illustrare, ma è preziosa per noi perchè talora egli cita poesie a noi ignote di trovatori noti, e anche ci ha conservato il nome di un trovatore, Andrians del Palais, che altrimenti sarebbe del tutto sconosciuto. La Doctrina de Cort si può ritenere scritta tra il 1250 e il 1282, e forse più presso quest'ultima data che all'altra; e come opera letteraria e poetica non ha molto più valore di quanto n'abbia pel lato grammaticale. La lingua provenzale in Italia sulla fine del secolo XIII, e nella prima metà del seguente, ebbe ben altri cultori e conoscitori che il nostro Terramagnino! E, senza anticipare quanto dovremo dire altrove intorno all'efficacia della poesia di Provenza sulla nostra, ci sia lecito ricordare i nomi di Dante e di Petrarca, studiosi e amantissimi di quella letteratura. (1 : Doctr. de cort. E. Monaci, Testi ant. prov., Roma, 1888, pag. 6-21. Cfr. su Terramagnino. O. Schultz, in Z. XII, p. 262.)
(N. E. Ernesto Monaci, testi antichi provenzali, éd. Ramón Guimerá Lorente. Me falta Boccaccio en estos studiosi.)

§ 5. Appunto nel secolo XIV, in che con tanto amore la si studiava qui da noi, essa nella sua patria era colpita, per cause che studieremo più innanzi, da precoce decadenza. Ad arrestare la quale e a tentare di far rifiorire il buon tempo antico, si instituì in Tolosa nel 1324 la compagnia della Gaya sciensa, specie d'Accademia letteraria della quale dovremo riparlare più a lungo. Qui basti il dire che il segretario o cancelliere di essa Guillem Molinier ebbe l'incarico di comporre una Arte poetica completa, che fosse come il Codice della buona poesia. Il suo libro in prosa mista di poesia porta il titolo di Flors del gay saber (Fiore di poesia) o più comunemente Las Leys d'Amors o leggi d'amore; frase in cui la parola Amor ha da essere intesa in tutta la vasta comprensione filosofica e letteraria che il medioevo le attribuiva. La ponderosa opera fu compiuta verso il 1350 ed è divisa in tre parti: grammatica, metrica e retorica. L'ordine è rigorosamente serbato in ogni particolare: abbondano le divisioni e le suddivisioni tanto care alla scolastica, il che ne rende greve la lettura; ma è opera senza la quale non si intenderebbe pienamente la complicata elaboratissima tecnica della poesia provenzale.
(N. E. Pues Guillermico de Poitiers o Peiteus no la leyó, y bien que sabía componer, como su bisnieto Alfonso II de Aragón.)
La definizione ed esposizione dei vari generi poetici, delle varie forme metriche, delle incatenature delle rime, sono per noi aiuti preziosi alla piena intelligenza della poesia trovadorica. Delle Leys d'Amors si conservano due redazioni, di cui la prima nell'Archivio dell'Accademia dei giochi florali a Tolosa, pare essere l'abbozzo o il primo disegno, mentre la seconda, nello stesso Archivio e in quello di Barcellona, ci dà l'opera completa e limata (N. E. como haría Bofarull). Inutile il dire che essa non valse punto ad arrestare la poesia di Provenza nella sua parabola discendente.
La quale parabola verso la fine del 300 (N. E. fin de 1300) e nel secolo seguente, sempre più e più velocemente precipitò al basso, quando nella Provenza stessa al gusto classico e tradizionale cominciò a prevalere il gusto e lo spirito francese che più o meno dominava allora in tutte le letterature romanze (N. E. este hombre no conocía ni la literatura ni  la historia valenciana). In Italia la poesia aveva già trovato la sua via e sempre più si staccava dal suo primiero modello; in Catalogna invece la tradizione e la scuola provenzale continuarono, ed ebbero, nel secolo XV con Ausias March (N. E. Ausiàs March, valenciano) un periodo di vivo splendore:
ma di un'importanza del tutto regionale. La gloriosa letteratura di Provenza giacque obliata, e i documenti di essa in gran parte, andarono irreparabilmente perduti, in parte rimasero celati e polverosi nei più dimenticati scaffali delle biblioteche. (1: Leys d'Amors. Gatien-Arnoult, Monuments de la litt. romane. Toulouse, 1841, vol. I-III. Sull'Accademia tolosana. Chabaneau. Hist. générale du Languedoc, X.)
(N. E. Languedoc : langue d'òc, oc, och, hoc : sí afirmativo, como se usaba en 1505 en Barcelona, siglo XVI, 16 para las víctimas del Tomàtic, y aún se usa dentro de Cataluenha, en la vall d'Aran, Vielha : vella : vieja.)

§ 6. La gloria d'avere scosso un così ingiusto oblio è per molta parte italiana. Qui non si era mai perduta del tutto la memoria dei benefici che la poesia di Provenza aveva recato alla nostra; la tradizione letteraria, non foss'altro nella scuola dei Petrarchisti, non potea dimenticare i trovatori, primi maestri d'amore alle rinnovate genti latine. E però molti dei migliori nostri del cinquecento indagarono e conobbero assai più che non si creda la vecchia letteratura provenzale. Forse neppure adesso sono in Italia tanti conoscitori di essa, quanti ce ne furono nella prima metà di quel secolo. Nè solamente il numero loro, ma anche il metodo delle ricerche, è senza contestazione lodevole e buono. Nomineremo Mario Equicola (1460-1539) il quale nel Libro de natura de Amore
(1.a ediz. 1525) fece un buon quadro della poesia trovadorica, giovandosi di fonti ora in parte perdute. Non meno degni di menzione sono il cardinale Pietro Bembo (1470-1547) e Angelo Colocci (1467-1549) il qual'ultimo amorosamente raccolse molti preziosi manoscritti neo-latini. Il Vellutello pure nelle sue Annotazioni ai sonetti del Petrarca (1.a ediz. 1525) e lo storico Benedetto Varchi (1502-1565) nel suo dialogo dell'Ercolano (1.a ediz. 1570) mostrano una allora non comune conoscenza della poesia provenzale. E tra i moltissimi studiosi delle due letterature di Francia appare da varie testimonianze che fossero Gian Vincenzo Pinelli, Jacopo Corbinelli, Domenico Veniero, il Cariteo, il Summonte, il Casassagia e forse anche il generoso protettore di letterati italiani, Alfonso Davalos (m. 1546) insigne uomo di guerra e luogotenente di Carlo V in Italia. A lui furono inviati un Vocabolario provenzale italiano e probabilmente un Trattatello di fonetica provenzale composti, specialmente il secondo, con abbastanza cura e diligenza da Onorato Drago. Ma su tutti, la lode maggiore va data al modenese Gian Maria Barbieri (1519-1574). Egli imparò, si può dire da sè, e assai profondamente la lingua e la letteratura dei trovatori ed iniziò a questi studi Ludovico Castelvetro, modenese anch'egli, e tra i più acuti intelletti di quel secolo. Il Barbieri, disgraziatamente, aveva concepito per l'opera ch'egli meditava sulla storia della poesia, un piano troppo vasto. Dei materiali da lui raccolti rimase una parte che fu pubblicata solo nel 1790 dal Tiraboschi, col titolo di Origine della poesia rimata. Parlando ivi della poesia di Provenza, mostra tante cognizioni e tal sicurezza di metodo che a buon diritto si potè dire ch'ei pare un provenzalista moderno. Dal punto a cui egli era arrivato, con breve sforzo si sarebbe giunti alla pienezza e sicurezza del metodo comparativo, se la fiorente letteratura cinquecentista avesse potuto liberamente seguitare nel suo svolgimento; molte cagioni l'arrestarono, non ultima delle quali, la reazione religiosa che - com'ebbe a dire il Rajna - mise in ceppi una civiltà quasi adulta e la ridusse colle torture alla imbecillità. (1 : Sui codici usufruiti dall' Equicola, Bembo, Colocci. Cfr. in Romania, XVIII. De Lollis. Sui loro studi provenzali: V. Cian. Un decennio di M. P. Bembo, Torino, 1885, capit. VIII. Sul Corbinelli e altri: V. Crescini. Lettere di I. Corb., in: Giorn. stor. d. lett. ital., II, 303-33. Sui mss. di provenzalisti italiani e francesi, preziose indicazioni in: Chabaneau, Sur quelques Mss. prov. perdus ou égarés, in: Rdlr. XXI-XXVIII. Fonetica e Vocab. del Drago: P. Rajna, in Giorn. di Fil. rom. N. 7. Per G. M. Barbieri, A. Mussafia, Ueber d. prov. Liederhands, des G. M. B., Wien, 1876.)

§ 7. La Francia era assai meno preparata dell'Italia alla intelligenza della sua stessa antica letteratura. Ebbe una grande voga, ma del tutto immeritata, uno strano libro di Giovanni de Notredame, procuratore alla corte del Parlamento di Provenza, morto nel 1590, degno fratello di quel Michele Nostradamus che fece il profeta e il mago in pieno secolo XVI.
Il libro è intitolato: Vies des plus celebres et anciens poètes provensaux
(1.a edizione: Lione, Marsilij, 1575). Certamente il Notredame vide e studiò molti canzonieri provenzali, ma il risultato dei suoi studi, ora per non aver capito i testi, ora per intenti suoi particolari, così fattamente confuse ed alterò, che si può dire aver egli fatto opera più da romanziere che da storico. E nemmeno da romanziere onesto: poichè dove gli mancarono i documenti autentici non si peritò di pubblicarne dei falsificati, sicchè i migliori dei provenzalisti moderni s'accordano nel chiamarlo un falsario impudente. (N. E. Me recuerda a Javier Giralt Latorre, Ignacio Sorolla Vidal y algún ascumita.)
E tuttavia solo la critica moderna ha ridotto al giusto loro valore le affermazioni del procuratore menzognero; per allora il suo libro fece autorità e il nostro Giovan Maria Crescimbeni (1663-1728) nei suoi lodati Commentarii intorno alla storia della volgar poesia (1.a ediz. 1710, vol. 2, p.te 1.a) lo tradusse (1) e vi pose alcune giunte e alcuni esempi di poesie provenzali di cui il testo e la traduzione, fattane dal Salvini, lasciano a desiderare. Prima del Crescimbeni s'era occupato di cose provenzali quel vasto e acuto ingegno di Francesco Redi (1626-98) come appare dai suoi Commentari al Bacco in Toscana (1.a ediz. 1685).
(1 : Nostradamus. Cfr. Monaci, Testi ant. prov., XIII. Prima del Crescimbeni ci fu una traduz. ital. di Giov. Giudici: Le vite delli più celebri, ecc. Lione, 1575.)

La Crusca Provenzale di Antonio Bastero

Procedendo nel secolo XVIII, troviamo lavori più importanti e interessanti. Un catalano D. Antonio Bastero, canonico di Girona, trovandosi in Roma per affari ecclesiastici, ebbe agio di studiare i manoscritti provenzali della Vaticana; vide poi anche a Firenze i canzonieri della Laurenziana ed altri. Frutto delle sue ricerche fu una curiosa opera di cui solamente egli scrisse e pubblicò il primo volume in Roma nel 1724, col titolo: La "Crusca Provenzale” ovvero le voci, frasi, forme e maniere di dire, che la gentilissima e celebre lingua toscana ha preso dal provenzale, arrichite ed illustrate, ecc... Il titolo da solo mostra sotto quale aspetto affatto arbitrario il Bastero componesse il suo libro, dopo tutto assai commendevole; e siccome poi non gli era sfuggita la stretta affinità che è tra il catalano e il provenzale, e quello credeva essere il volgare più antico, in realtà veniva a glorificare la propria lingua. (N. E. “... antica Gramatica Provenzale, o Catalana, ch' è tutt' uno”. Habla del Donatus provincialis, lo donatz proensal.)
Anche in Francia molti cominciavano a interessarsi della letteratura medioevale di Provenza. Ma sopra tutti è degno di menzione Giovan Battista La Curne de Sainte-Palaye (1697-1784). Superando difficoltà e disagi non lievi egli indagò i manoscritti di Francia e due volte scese in Italia ricercando i codici di Roma, di Milano, di Firenze e di Modena, trascrivendo, confrontando, annotando. Quindici volumi di composizioni provenzali trascritte con le varianti dei diversi manoscritti, altri otto che contengono queste poesie in parte tradotte e registrate in un indice e inoltre un glossario, varie tavole e numerose note, fanno testimonianza della sua operosità. Delle sue fatiche egli non potè cogliere il frutto; il materiale da lui messo insieme fu utilizzato da un altro, l'abate Millot che pubblicò nel 1774 una Histoire littéraire des troubadours, senza conoscere sillaba di provenzale. Ciò deve metterci in guardia contro le idee e i travestimenti che il Millot appose alla antica poesia, pur rimanendo ottimo il materiale di cui egli disponeva. (1 : Riscontri e indicazioni in: Bauquier, Les provençalistes du XVIII s., in Rdlr. a. 1880, (serie terza).)

§ 8. Il nostro secolo comincia con un illustre nome: quello di Francesco Raynouard (1761-1836). Egli dal 1816 al 1821 pubblicò uno Choix des poésies originales des troubadours in sei grossi volumi, e più tardi, dal 1838 al 1844, pure in sei volumi, il Lexique roman.
(N. E. Ambos editados por mí, Ramón Guimerá Lorente, y disponibles online y en Amazon.)
I concetti storici e il sistema generale del Raynouard sono stati dimostrati erronei, ma i copiosi materiali sia letterarii sia lessicali da lui raccolti sono di un indiscutibile valore. Frattanto nel 1819 a Tolosa, un ammiraglio in ritiro, Rochegude, pubblicava un'altra raccolta di poesie trovadoriche col titolo di Parnasse occitanien facendola seguire da un Essai d'un glossaire occitanien, che fu il primo tentativo di lessicografia provenzale. (N. E. Edité el libro, pero no el glosario, que es interesante.)
Questo fu poi oscurato dal grande Lexique del Raynouard, già accennato, che rimane ancora la base necessaria di ogni studio lessicale occitanico.
Maggior ingegno e fama dei già accennati ebbe Claudio Fauriel (1772-1844) facondo professore della Facoltà di lettere di Parigi. Egli svolse ivi nel 1831-1832 un corso sulla storia della letteratura provenzale pubblicato nel 1846, morto il Fauriel, da Giulio Mohl col titolo di Histoire de la poésie provençale. Le lezioni del Fauriel sono attraentissime per la forma, per le vedute nuove e le intuizioni sempre geniali, se non sempre esatte: ma, scientificamente parlando, da non accogliersi se non con le maggiori cautele. La mancanza assoluta di metodo infirma quasi tutte le conclusioni che il Fauriel credette di poter trarre dai suoi studi; egli è più artista che critico.
Quasi altrettanto si può dire del nostro Giovanni Galvani, modenese, che pubblicò a Modena nel 1829 alcune sue Osservazioni sulla poesia de' trovatori e a Milano nel 1845 un Fiore di Storia letteraria e cavalleresca della Occitania, che rimase incompiuto. Entrambe le opere sono ancora degne d'esser lette e, con qualche riguardo, studiate. La via del vero rigore scientifico nello studio dei fatti e nelle deduzioni generali era bene allora conosciuta e seguita, come vedremo, dal Diez in Germania; ma degli studi tedeschi il Galvani non ebbe sentore. (1 : Scrisse sui trovatori (a Este) il Cavedoni, pure modenese, in Memorie R. Accad. di Modena, II, 128.)
Anche in Ispagna procedette dal Raynouard e dal Fauriel, un eminente provenzalista, Don Manuel Milà y Fontanals (1818-1884). Egli stesso confessava d'aver conosciuto solo tardi e in modo incompiuto i libri del Diez; ma dotato di natura veramente critica, trovò da sè la via esatta, ed il suo libro Delos trovadores en España pubblicato a Barcellona nel 1861 è ancora il miglior contributo che la Spagna abbia dato a questi studi.

§ 9. In Germania i semi gettati dal Raynouard e dal Rochegude dovevano fruttificare abbondantemente. Il libretto di Augusto Guglielmo Schlegel (1767-1845) Observations sur la langue et la littérature provençales, edito a Parigi nel 1818, prova soltanto l'interesse destato dalle pubblicazioni del Raynouard. Poco dopo, nel 1825, usciva in Berlino un libretto Sulle Corti d'Amore, di Federico Diez (1794-1876) il grande restauratore di questi studi. (1 : Sul Diez: U. A. Canello: Il prof. Fr. Diez e la fil. rom. nel nostro sec. Firenze, 1872. Biografie tedesche e francesi enumerate in: Körting, I, 167.)
Il libretto doveva essere la prima parte di un opera più vasta, ma non ebbe altro seguito. Importanza capitale ebbero invece due altre opere del Diez, uscite a breve intervallo a Zwikau, l'una nel 1826, l'altra nel 1829. La prima, intitolata La poesia dei trovatori, tratteggia in modo magistrale la storia di essa poesia, determinandone il contenuto e la forma, e ricercando quanta e quale efficacia ell'abbia avuto sulle letterature vicine. La seconda, Vite ed opere dei trovatori, indaga la vita dei singoli trovatori, analizzandone e traducendone le poesie più importanti. Il Diez instaurò anche gli studi grammaticali e lessicali con la sua Grammatica comparata delle lingue neo-latine (1.a ediz. 1836) e col Dizionario etimologico delle lingue romanze (1.a ediz. 1853). La scuola del Diez fu centro cui accorsero d'ogni parte gli amatori della filologia romanza, e di là per mezzo loro se ne sparse in ogni parte d'Europa il culto e lo studio. Ora pur troppo la fitta schiera degli scolari del Diez comincia a diradarsi.
Tra i migliori e più attivi furono :
Carlo Bartsch (1832-1888) professore a Heidelberg (1 : Collezione: Denkmäler der prov. Litt. Stuttgart, 1856; storia letteraria: Grundriss der Gesch. der Prov. Litt. Elberfeld, 1872. Lista delle sue opere in: Körting, I, 173 e Register, 6-7.) (N. E. Véase la Chrestomathie provençale, 1904, sexta edición, por Ramón Guimerá Lorente. Oc, eu suy.)
e Ugo Angelo Canello (1848-1883) professore a Padova, le cui opere avrò occasione e necessità di citare in appresso: il Delius cui dobbiamo una raccolta di Canti inediti provenzali (Bonn 1853) e il Mahn (1802-1887) che raccolse: Le opere dei trovatori (vol. 4. Berlino 1853-86), Le poesie dei trovatori Berlino 1856-73, vol. 4, non compiuta), voluminose e piene di materiali ma un po' incerte nell' ordinamento.
Dei viventi, poichè il grande numero mi obbliga a immeritate esclusioni, non accenno qui se non coloro che pubblicarono lavori d'indole generale, i quali sono quasi il seguito e il complemento delle collezioni del Raynouard. E innanzi tutti “à tout seigneur tout honneur” va il nome di Paolo Meyer (n. 1840) professore al collegio di Francia e all'École des Chartes a Parigi, indefesso illustratore della letteratura provenzale.
Oltre a un numero grande di pubblicazioni parziali che citeremo al luogo loro, dobbiamo a lui: 1.° uno studio sui “Derniers troubadours de la Provence” (Paris 1871); 2.° “Recueil d'anciens textes bas-latins provençaux et français” (Paris 1877) e uno “De l'influence des troubadours sur la poésie des peuples romans” nella Romania del 1877. Camillo Chabaneau ha pubblicato molte cose provenzali inedite nella Revue des langues romanes (confr. vol. XX, XXVIII, XXXII, ecc.) di cui è dei più attivi collaboratori, e a lui si deve pure la più completa edizione delle Biografie dei trovatori (Tolosa 1885). In Germania le raccolte sono assai numerose. Le più voluminose sono le già citate del Mahn; nel 1883 ad Halle il professore Hermann Suchier pubblicava una raccolta intitolata, quasi come la già citata del Bartsch, Monumenti della lingua e letteratura provenzale. Nel 1888 il prof. Ernesto Monaci in una piccola scelta di “Testi antichi provenzali” (Roma, Loescher) (N. E. éd. Ramón Guimerá Lorente) dava, oltre a copiosi cenni bibliografici, un buon numero di liriche attinenti a cose italiane. Poco tempo fa, (Lipsia 1890) Carlo Appel, col titolo Cose inedite provenzali pubblicava quanto di non pubblicato era rimasto nei manoscritti di Parigi.
Infine l'attività in questo campo di studi è così vasta e fervente, e le pubblicazioni così numerose e così sparse, che si incomincia a sentire il bisogno di raccogliere, ordinare e classificare i risultati ottenuti.
A ciò tendono due opere d'indole generale, l'una del prof. Gustavo Körting: Encyklopädie und Methodologie der rom. Philologie, Heilbronn 1884-88, vol. 3 - l'altra del prof. Gustavo Gröber: Grundriss der rom. Philologie, Strassburg 1886, non ancora compiuta; ambedue ottime, e aiuto ormai necessario ad ogni romanista.

dilluns, 5 d’octubre del 2026

24. Alberto Malaspina, Rambaldo di Vaqueiras. Aram digatz, Rambautz, si vos agrada,


Secondo la lezione riprodotta dal Mahn (Werke der Troubadours, III, 183).

Alberto Malaspina, Rambaldo di Vaqueiras. Aram digatz, Rambautz, si vos agrada,

Aram digatz, Rambautz, si vos agrada, 
sius es aissi cum ieu aurai apres, 
que malamen s'es contra vos guidada
vostra domna de sai en Tortones,
mas ill a fag de vos tal sirventes 
don etz aunitz et ilh es vergonhada, 
que vostr' amors non l'es honors ni bes; 
per qu'ella s'es aissi de vos lunhada.
Albert marques, vers es qu' ieu ai amada 
l'enganayritz don m'avetz escomes, 
que s'es de mi e de bon pretz ostada; 
mas non puesc mais, que ren non l'ai mespres, 
ans l'ai lonc temps servida et onrada;
mas vos e lieis persegua vostra fes 
c'avetz cent vetz per aver perjurada;
per ques clamon de vos li Genoes,
que, mal lur grat lur empenhes l'estrada.
Per dieu, Rambautz, de sous port guerentia,
que mantas vetz, per talen de donar,
ai aver tol, e non per manentia
ni per thesaur qu' ieu volgues amassar;
mas vos ai vist cent vetz per Lombardia
anar a pe, a ley de croy joglar, 
paubre d'aver e malestrucx d'amia; 
e feraus pro qu' ieus dones a manjar;
e membre vos cous trobes a Pavia.
Albert marques, enuej' e vilania 
sabetz ben dir e miels la sabetz far, 
e tot engan e tota fellonia
e malvestat pot hom en vos trobar,
e pauc de pretz e de cavallaria;
per queus tol hom ses deman Val de Tar; 
Peiracorna perdetz vos per follia;
e Nicolos e Lanfrancos da Mar
vos podon ben apellar de bauzia.
Per dieu, Rambautz, segon la mia esmansa, 
fezetz que fols, quan laissetz lo mestier
don aviatz honor e benanansa;
e sel queus fetz de joglar cavallier, 
vos det enuei, trebalh e malanansa
e pensamen et ir' et encombrier,
e tolc vos joi e pretz et alegransa; 
que, pueys montetz de rossin en destrier, 
non fezetz colp d'espaza ni de lansa.
Albert marques, tota vostr' esperansa 
es en trair et en faire panier
enves totz sels qu' ab vos an acordansa, 
e queus servon de grat e voluntier; 
vos non tenetz sagramen ni fiansa; 
e s' ieu no val per armas Olivier,
vos no valetz Rotlan, a ma semblansa; 
que Plasensa nous laissa castanhier
e tol vos terra e non prendetz venjansa.
Sol dieus mi gart, Rambautz, mon Escudier, 
en cuy ai mes mon cor e m' esperansa, 
a mon dan get vos e tot lur enpier, 
sel de Milan ab lur farsida pansa.
Albert marques, tug li vostre guerrier 
an tan paor de vos e tal doptansa, 
qu'il vos clamon lo Marques putanier, 
dezeretat, deslial, ses fiansa.

* Biografia, secondo il testo edito dallo Chabaneau (op. cit. p. 104):
Albertz marques si fo dels marques de Malespina. valenz homo fo e larcs e cortes & enseignatz; e saub ben far coblas e sirventes e cansos.



dijous, 25 de febrer del 2021

JORNADA DÉSSIMA. NOVELA NOVENA.

JORNADA DÉSSIMA. NOVELA NOVENA.

Saladino, disfrassat de viachán, es honrat per micer Torello; ve después la crusada; micer Torello li fique un plasso a la seua dona pera que pugue torná a casás, es fet presoné y com es mol bon amaestradó de falcons li arribe la notissia al sultán, que, reconeixénlo, lo honre mol; micer Torello, per arte de magia, es portat en una nit a Pavia, y a les bodes que se selebraben per lo nou matrimoni de la seua dona, reconegut per nella, torne a casa en la seua dona.

Habíe acabat Filomena, y la magnífica gratitut de Tito habíe sigut alabada mol per tots, cuan lo rey, resservánli lo radé puesto a Dioneo, aixina va escomensá a parlá: Atractives siñores, sense falta conte Filomena la verdat sobre la amistat, y en raó al final de les seues paraules se lamen que avui sigue esta tan poc grata als mortals. Y si natros estiguerem aquí pera corregí los defectes del món, o encara que sol fore pera repéndrels, continuaría yo lo discurs de les seues paraules; pero com estem aquí pera un atre proposit, me ha vingut al ánim lo mostrátos, potsé en una historia mol llarga, pero agradable, una de les magnífiques obres de Saladino.

Dic, pos, que, segóns afirmen algúns, al tems del emperadó Federico I, pera reconquistá terra Santa va ñabé una crusada general entre los cristiáns.
Saladino, valentíssim siñó y allabonses sultán de Babilonia, habén sentit algo de aixó, va voldre vore personalmen los preparatius dels Siñós cristiáns pera naquella crusada, pera milló pugué previndres. Y arreglats los seus assuntos a Egipto, fen vore que sen anabe de peregrinassió, en dos dels seus homens mes ilustres y mes sabuts y sol en tres criats, disfrassat de viachán se va ficá en camí; y habén caminat per moltes provinsies cristianes y cabalgán per la Lombardía pera passá mes allá dels montes, va passá que, anán de Milán a Pavia y fénse ya de nit, se van topá en un gentilhome de nom micer Torello de Strata de Pavia, que anabe en los seus criats y en gossos y falcóns cap a una hermosa possessió que teníe prop del riu Tesino.
Al vórels, micer Torello sen va doná cuenta de que eren nobles y forastés y va voldre honráls; per lo que, preguntánli Saladino a un dels criats de micer Torello cuán faltabe encara per a arribá a Pavia, y si arribaríen a tems de entráy, no li va dixá contestá al criat sino que ell mateix va contestá: - Siñós, no podréu arribá a Pavia a tems de entrá dins.
- Pos - va di Saladino - feumos la mersé de enseñámos, perque som extranjés, aón podríem albergámos milló.

Micer Torello va di: - Assó u faré de bona gana. Ara mateix estaba pensán en enviá a un de estos criats meus a Pavia per a sert assunto: lo enviaré en vos y tos portará a un puesto aon tos albergaréu mol convenienmen. Y arrimánse al mes discret dels seus criats, li va maná lo que teníe que fé, y lo va enviá en ells; y anánsen ell a la seua possessió, rápidamen, lo milló que va pugué va fé prepará un bon sopá y pará la taula a un jardí; y fet aixó, a la porta va aná a esperáls. Lo criat, parlán en los homens nobles sobre diverses coses, los va aná desvián per serts camíns y los va conduí hasta la possessió del seu siñó, sense que sen donaren cuenta. En cuan los va vore micer Torello, ixín a peu a trobáls, los va di sonrién:
- Siñós, sigáu mol ben vinguts.

Saladino, que ere mol espabilat, sen va doná cuenta de que este caballé se habíe pensat que no li hauríen asseptat lo convit si los haguere convidat cuan se van trobá, y per naixó, pera que no pugueren negás a quedás aquella nit en ell, en una artimaña los habíe portat hasta la seua casa; y contestán al seu saludo, va di:
- Siñó, si dels homens cortesos puguere un queixás, mos queixaríem de vos, que, encara que haigáu estorbat lo nostre viache, sense meréixemos la vostra benevolensia per sol saludámos, mos hau obligat a asseptá tan alta cortessía com es la vostra. Lo caballé, sabut y elocuén, va di:

- Siñós, esta que ressibíu de mí, en lo vostre aspecte, es pobra cortessía; pero en verdat fora de Pavia no podríeu está a datre puesto bo, y per naixó que no tos peno lo habé allargat un poc lo camí pera tindre una mica menos de incomodidat.

Y aixó dién, venín los seus criats y voltán als convidats, en cuan van desmontá, van acomodá los seus caballs a les cuadres, y micer Torello va portá als tres homens nobles a les cámares preparades pera nells, aon los va fé descalsás y refrescás un poc en fresquíssims vins, y en amable conversa hasta la hora de sopá los va entretindre. Saladino y los seus compañs y criats sabíen tots latín, per lo que mol be los enteníen y eren entesos, y los pareixíe a tots ells que este caballé ere lo home mes amable y mes cortés y que milló parlabe de tots los atres que habíen vist hasta entonses. A micer Torello li pareixíe que eren aquells homens ilustríssims y de mol mes valor de lo que abans habíe pensat, per lo que se dolíe de no podé honráls en compañía y en un convit mes solemne aquella nit; per lo que va pensá en repará alló al matí siguién, y informán a un dels seus criats de lo que volíe fé, a la seua dona, que ere discretíssima y de grandíssim ánimo, lo va enviá cap a Pavia, que estabe mol prop, y les portes no se tancaben may. Después de aixó, portán als gentilhomens al jardí, cortésmen los va preguntá quí eren y aón anáen.
A lo que va contestá Saladino: - som mercadés chipriotes, venim de Chipre, y per los nostres negossis anem a París.
Entonses va di micer Torello: - ¡Vullguere Deu que esta terra nostra produguere tals nobles com vech que a Chipre se fan los mercadés!

Y de este raonamén passán a datres, se va fé hora de sená: per lo que los va invitá a assentás a la taula, y encara que ere lo sopá improvisat, van sé mol be y ordenadamen servits; y poc después, desparades les taules, se van ficá de peu, y, donánsen cuenta micer Torello de que estaben cansats, los va fé portá a gitás a uns hermossíssims llits, y ell, poc después, tamé sen va aná a dormí. Lo criat enviat a Pavia va doná la embajada a la Siñora, y ella va fé rápidamen cridá a mols amics y criats de micer Torello, y va fé prepará totes les coses oportunes pera un grandíssim convit, y a la llum de les antorches va fé invitá al convit a mols dels mes nobles siudadáns, y va fé traure robes y sedes y pells y se va ficá en orden tot lo que lo home li habíe manat. Vingut lo día, los gentilhomens se van eixecá, y micer Torello, montán a caball y fen vindre los seus falcóns, sels va emportá cap a una bassa allí prop, y los va amostrá cóm volaben. Cuan va preguntá Saladino si algú podíe aná a Pavia y portáls al milló albergue, va di micer Torello:

- Tos acompañaré yo, perque ting que aná allí.

Ells, creénsu, se van alegrá y se van ficá en camí; y sén ya la hora de tersia y habén arribat a la siudat, creén que los portabe al milló hotel, en micer Torello van arribá a casa seua, aon ya lo menos sincuanta dels mes ilustres siudadáns habíen vingut pera ressibí als gentilhomens. Veén aixó Saladino y los seus compañs, van compendre qué ere alló y van di: - Micer Torello, aixó no es lo que tos habíem demanat: ya hau fet prou esta nit passada y mol mes del que mos mereixem; per lo que sense cap inconvenién podíeu dixámos seguí lo nostre camí.
A lo que micer Torello va contestá: - Siñós, de lo que anit to se va fé estic yo mes agrait a la fortuna que a vatros, que a tems tos vach alcansá al camí cuan nessessitabeu vindre a la meua caseta; de lo de este matí tos quedaré yo obligat y jun en mí tots estos gentilhomens que están al vostre voltán, als que si tos pareix cortés negátos a minjá en ells podéu féu si voléu. Saladino y los seus compañs, vensuts, van desmontá y ressibits per los gentilhomens van sé portats a les seues cámares, que estaben mol ben preparades; y dixán les robes de camí y refrescánse una mica, van aná cap a la sala, que estabe aparellada esplendidamen; y después de rentás les mans y assentás a la taula en orden, en moltes viandes van sé magníficamen servits; tan que, si lo emperadó haguere vingut allí, no se haguere sabut cóm féli mes honor. Y encara que Saladino y los seus compañs foren grans Siñós y acostumats a vore grandíssimes coses, no menos se van maravellá de esta, y los pareixíe de les mes grans, tenín en cuenta la calidat del caballé, que sabíen que ere burgués y no noble. Acabada la minjada y desparada la taula, habén parlat un tan de altes coses, com fée molta caló, cuan va volé micer Torello, los gentilhomens de Pavia sen van aná a descansá, y quedánse ell en los tres seus, y entrán en ells a una cámara, allí va fé cridá a la seua valerosa dona. Ella, majíssima y alta, adornada en riques vestimentes, al mich de dos fills seus, que pareixíen dos angelots, va vindre cap an ells y los va saludá. Ells, al vórela, se van eixecá y en reverensia la van ressibí, y fénla assentás entre ells, gran festa van fé en los seus dos hermosos fillets. Pero después de apartás un rato micer Torello, ella amablemen los va preguntá de aón eren y aón anáen; a lo que los gentilhomens van contestá lo mateix que li habíen dit a micer Torello. Entonses la Siñora, en alegre gesto, va di:

- Aixina pos, vech que la meua previsió femenina sirá útil, y per naixó tos rogo que per espessial mersé no rechasséu ni tinguéu per vil lo regalet que tos faré portá.

Y fen portá pera cadaú dos parells de sobrevestes, una forrada de seda y un atra de marta, roba de siñós, y tres jubóns de sendal y lli, va di: - Prenéu aixó: les robes de lo meu siñó són com les vostres; les atres coses, considerán que estéu lluñ de les vostres dones, y lo llarg camí fet, y lo que tos quede per fé, y que los mercadés són homens asseats y delicats, encara que poc valguen podrán sétos pressiades.
Los gentilhomens se van maravillá y claramen van vore que micer Torello cap classe de cortessía volíe dixá de féls, y se van pensá, veén la noblesa de les robes, gens propies de viacháns, que hagueren sigut reconeguts per micer Torello; pero sin embargo, va contestá un dells: - Estes són, Siñora, grandíssimes coses y no hauríem de péndreles si no mos obligaren los vostres rogs, als que no pot dís que no.

Fet aixó y habén ya tornat micer Torello, la Siñora, encomanánlos a Deu, se va separá dells. Micer Torello los va demaná que tot aquell día se quedaren en ell; per lo que, después de dormí un rato, ficánse les seues robes, en micer Torello un rato van cabalgá per la siudat, y arribán la hora del sopá, en mols honorables compañs magníficamen van sená. Y cuan va sé lo momén, anánsen a descansá, al arribá lo día se van alsá y van trobá en ves de los seus rossíns cansats, tres palafrens bons y datres caballs nous y forts pera tots los seus criats.
Veén aixó Saladino, giránse cap als seus compañs, va di:

- Juro dabán de Deu que home mes cumplit ni mes cortés ni mes precabut que este no lo hay vist may; y si los reys cristiáns són tals reys en la seua condissió com este es caballé, lo sultán de Babilonia no podrá enfrentás ni en un sol, ¡ya no digám en tots los que veém que se preparan pera fótresseli damún!

Pero sabén que negás a recibirlos no ere oportú, agraínu mol cortésmen, van montá a caball. Micer Torello, en mols compañs, un bon tros del camí los va acompañá fora de la siudat, y per mol que a Saladino li dolguere separás de micer Torello, tan se habíe prendat ya dell, li va demaná que sen tornare cap atrás, que ells continuaríen lo viache. Ell los va di: - Siñós, u faré perque voleu, pero tos diré aixó: yo no sé quí sou ni vull sabé mes de lo que vullgáu dím; pero sigáu qui sigáu, que sou mercadés no mu crec; que Deu tos guardo.

Saladino, habén ya pres llissensia de tots los compañs de micer Torello, li va contestá:- Siñó, encara podríe passá que tos faigám vore la nostra mercansía, en la que assegurarem la vostra creensia; anéu en Deu.

Sen van aná, pos, Saladino y los seus compañs, en grandíssim ánimo de (si la vida los durabe y la guerra que esperaben no u impedíe) féli encara no menos honor a micer Torello del que este li habíe fet; y mol dell y de la seua dona y de totes les seues coses y actes y fets va parlá en los seus compañs, alabánu tot. Pero después que tot Ponén, no sense gran fatiga, van recorre, entrán al mar, en los seus compañs sen van torná a Alejandría, y plenamen informat, se va disposá a la defensa. Micer Torello va está cavilán quí siríen aquells tres, pero no va arribá a la verdat, ni se va aproximá. Venín lo tems de la crusada y fénse grans preparatius per tot arreu, micer Torello, a pesá de los rogs de la seua dona y les llágrimes, se va disposá a anássen a la guerra; y habén fet tots los preparatius y están a pun de montá a caball, li va di a la seua dona, a la que volíe mol:

- Dona, com veus, men vach an esta crusada tan per lo honor del cos com per la salvassió del alma; te encomano totes les nostres coses y lo nostre honor; y com estic segú de anámen, y no ting cap sertesa de torná, per mil acsidéns que puguen sobrevindre, vull que me consedixques una grassia: que passo lo que passo en mí, si no tens cap notissia serta de la meua vida, que me esperos un añ y un mes y un día sense torná a casát, escomensán este día del que de tú me separo.
La dona, que mol plorabe, va contestá:

- Micer Torello, no sé cóm soportaré este doló en lo que me dixau al partí: pero si la meua vida es mes forta que ell y algo tos passare, podéu está segú de que viuré y moriré com a dona de micer Torello y de la seua memoria.

A lo que micer Torello va di:

- Dona, estic mol segú de que, si fore per tú faríes aixó que me prometixes; pero eres una dona jove y maja y de gran linaje, y la terua virtut es mol coneguda per tots; per naixó no dudo de que mols grans y gentilhomens, si no se sapiguere res de mí, te demanarán per dona als teus germáns y paréns, y dels seus consells, encara que vullgues, no podrás deféndret y per forsa tindrás que compláurels; y este es lo motiu per lo que te demano este plasso y no mes llarg.
La dona va di: - Yo faré lo que puga de lo que te hay dit; y si un atra cosa tinguera que fé, tos obeiré en aixó que me manáu. Li demano a Deu que estos plassos ni a vos ni a mí mos porton estos tems. Acabades estes paraules, la Siñora, plorán, se va abrassá a micer Torello, y traénse del dit un anell lay va doná, dién:

- Si passe que me móriga yo abáns de torná a vóretos, enrecordéuton de mí cuan lo veigáu. Y ell, agarránlo, va montá a caball, y dién adiós a tot lo món, va empendre lo seu viache; y arribán a Génova en la seua compañía, puján a la galera, sen va aná, y en poc tems va arribá a Agre y en latre ejérsit dels cristiáns se va ajuntá. En lo que casi inmediatamen va escomensá una grandíssima enfermedat y mortandat, durán la que, fore l´art o la fortuna de Saladino, casi tot lo que va quedá dels cristiáns que se van salvá van sé per nell capturats a mansalva, y per moltes siudats repartits y ficats a la presó; entre los que estabe micer Torello, y lo van portá a Alejandría. Allí, no sén conegut y tenín temó de donás a coneixe, per la nessessidat obligat se va dedicá a domesticá falcóns, en lo que ere un grandíssim maestre; y de aixó va arribá la notissia a Saladino, per lo que lo va traure de la presó y se va quedá en ell com a falconé. Micer Torello, al que Saladino li díe «lo cristiano», no reconeixíe al Sultán, ni lo sultán an ell, sol a Pavia teníe lo ánimo, y moltes vegades habíe intentat escapás, y no habíe pogut féu; per lo que, vinguts serts genovesos com a embaixadós a Saladino pera rescatá an algúns consiudadáns seus, y tenín que anássen, va pensá en escríureli a la seua dona que estabe viu y que tornaríe en ella en cuan puguere, y que lo esperare; y aixina u va fé, y mol li va rogá a un dels embaixadós, que coneixíe, que faiguere que aquelles notissies arribaren a mans del abat de San Pietro de Cieldoro, que ere son tío. Y están en estos termes micer Torello, va passá un día que, parlán en ell Saladino de los seus falcóns, micer Torello va escomensá a sonriure y va fé un gesto en la boca del que Saladino, están a casa seua de Pavia, sen habíe fixat mol, per lo que li va vindre al cap a Saladino micer Torello; y va escomensá a mirál fíxamen y li va pareixe que ere ell; per lo que, dixán la primera conversa, va di: - Dísme, cristiano, ¿de quín país de Ponén eres tú?

- Siñó meu - va di micer Torello -, soc lombardo, de una siudat que se diu Pavia, home pobre y de baixa condissió.

Al sentí aixó Saladino, ara casi segú de que ere ell, se va di alegre: «¡Deu me ha donat la ocasió de amostráli an este cuán me va agradá la seua cortessía!»
Y sense di mes, fen prepará a una alcoba tots los seus vestits, lo va portá a dins y li va di: - Mira, cristiano, si entre estes robes ne ña alguna que haigues vist abans. Micer Torello va escomensá a mirá y va vore aquelles que la seua dona li habíe donat a Saladino, pero no va pensá que podíen sé aquelles; pero va contestá:

- Siñó meu, no ne reconeixco cap, encara que aquelles dos s´apareixen a robes en les que yo me vach vestí, ademés de tres mercadés que a casa meua van está. Entonses Saladino, no podén ya aguantás, lo va abrassá tendramen, diénli:
- Vos sou micer Torello de Strá, y yo soc un dels tres mercadés als que la vostra dona los va doná estes robes; y ara ha arribat lo tems de assegurá la vostra creensia en lo que ere la meua mercansía, com al separám de vos tos vach di que podríe passá.

Micer Torello, al sentí aixó, va escomensá a ficás contentíssim y a avergoñís; a está contén de habé tingut tal invitat, y a avergoñís de que pobremen li pareixíe habél ressibit; a lo que Saladino va di:

- Micer Torello, ya que Deu tos ha enviat a mí, penséu que de ara en abán sou vos aquí l´amo.

Y fénse festes grans, en reals vestits lo va fé adornás, y portánlo dabán dels seus baróns mes ilustres y habén dit moltes coses en alabansa del seu valor, va maná que per consevol que la seua grassia apressiare tan honrat fore com la seua persona; lo que desde entonses tots van fé, pero mol mes que los atres los dos Siñós que habíen sigut compañs de Saladino al viache. La altura de la súbita gloria a la que se va vore micer Torello li va fé olvidássen una mica de les coses lombardes, y mes encara perque en seguridat esperabe que les seus cartes hauríen arribat a son tío. Ñabíe, al campo aon estabe lo ejérsit dels cristiáns, lo día que van sé apresats per Saladino, mort y sepultat un caballé provensal de poca monta de nom micer Torello de Dignes; per lo que, sén micer Torello de Strá per la seua noblesa conegut per lo ejérsit, consevol que va sentí di «Ha mort micer Torello», se va pensá que ere micer Torello de Strá y no lo de Dignes; y lo acsidén del apresamén que los va sobrevindre no va dixá que los engañats ixqueren del seu error. Per lo que mols itálics van torná en esta notissia, entre los que ne van ñabé algúns tan presuntuosos que van osá di que lo habíen vist mort y que habíen assistit a la seua sepultura. Aixó, sabut per la dona y per los seus paréns, va sé ocasió de molta pena, no sol dells, sino de tots los quel habíen conegut. Llarg siríe de contá lo doló y la tristesa y los plos de la seua dona. Después de algúns mesos de dol va sé solissitada per los mes ilustres homens de la Lombardía; sons germáns y tots los seus paréns van escomensá a demanáli que se casare, a lo que ella moltes vegades y en grandíssims plos se habíe negat; pero obligada, al final va tindre que fé lo que volíen los seus paréns, en esta condissió: que teníe que está sense conviure en lo home tan tems com li habíe prometut a micer Torello. Mentres a Pavia estaben les coses de la Siñora en estos termes, y faltán sol vuit díes per a anássen a viure en lo seu nou home, va passá que micer Torello va vore a Alejandría un día a un que habíe vist pujá en los embaixadós genovesos a la galera que veníe a Génova; per lo que, fénlo cridá, li va preguntá quín viache habíen tingut y cuán habíen arribat a Génova. A lo que va di este:

- Siñó meu, mal viache va fé la galera, tal com vach sentí a Creta, aon me vach quedá; perque están prop de Sicilia, se va eixecá una perillosa tramontana que la va espentá contra les naus de la Berbería, y no se va salvá ni un alma; y entre los atres van morí tamé dos germáns meus.

Micer Torello, creén les paraules de aquell, que eren mol verdaderes, y enrecordánsen de que lo plasso que li habíe demanat a la seua dona se acababe, y donánsen cuenta que a Pavia no se deuríe sabé res dell, va tindre per sert que la seua dona se hauríe tornat a casá; en lo que va caure en tan gran doló que, perduda la gana de minjá y tombánse al llit, va dessidí morís. Aixó, cuan va arribá a oíts de Saladino, que mol lo volíe, va acudí a vórel; y después de mols rogs que li va fé, sabuda la raó del seu doló y de la seua enfermedat, li va reprochá mol no habélay dit abáns, y después li va demaná que se animare, asseguránli que, si podíe, ell obraríe de modo que estiguere a Pavia abáns del plasso donat; y li va di cóm se podríe fé. Micer Torello, donán fe a les paraules de Saladino, y habén moltes vegades escoltat di que alló ere possible y se habíe fet moltes vegades, va escomensá a animás, y a demanáli a Saladino que se donare pressa en fé alló. Saladino, a un nigromante seu, li va maná que arreglare la manera de que micer Torello, damún de un llit fore transportat a Pavia en una nit; a lo que lo nigromante va contestá que aixina siríe fet, pero que per lo seu be lo adormigueren. Arreglat aixó, va torná Saladino a Micer Torello, y trobánlo completamen determinat a está a Pavia abáns del plasso donat, si puguere sé, y si no se puguere fé a dixás morí, li va di aixó: - Micer Torello, si mol voléu a la vostra dona y teméu que pugue sé de un atre, sap Deu que yo no puc reprochátosu perque de cuantes dones me pareix habé vist ella es la que per les seues costums, les seues maneres y lo seu porte (dixán la hermosura, que es flo caduca) mes digna me pareix de alabás y tíndres en apressio. Me hauríe complagut mol que, ya que la fortuna tos habíe portat aquí, lo tems que vos y yo visquerem, al gobern del regne que yo ting forem igualmen Siñós; pero com puc enviátos a casa y vos dessicháu está allí, de la forma que tos hay dit tos enviaré.

A lo que micer Torello va replicá:

- Siñó meu, sense les vostres paraules, los vostres actes me han demostrat be la vostra benevolensia, que yo may hay mereixcut, y de lo que diéu, encara que no u diguéreu, vic y moriré sertíssim; pero tal com hay dessidit, tos rogo que lo que me hau dit que faréu u faigáu pronte, perque demá es lo radé día del plasso.
Saladino va di que alló estabe arreglat; y esperán enviál per la nit, va fé Saladino prepará a una gran sala un hermossíssim y ric llit ple de madalaps, cuixíns, segóns la seua costum, en vellut y bordats en or, y se va ficá una banua en arabescos de perles mol grosses y en riquíssimes pedres pressioses, que va sé después aquí tinguda com un incalculable tessoro; y fet aixó, va maná que a micer Torello li ficaren un traje a la guisa sarracena, que ere la roba mes rica y mes maja que may dingú haguere vist, y lo cap, a la seua manera, va fé que lay embolicaren en un dels seus llarguíssims turbáns. Y sén ya tard, Saladino va entrá, en mols dels seus baróns, a la alcoba aon Micer Torello estabe, y assentánse a la seua vora, casi plorán, va escomensá a díli: - Micer Torello, lo momén que me separará de vos ha arribat, y com yo no puc acompañátos ni fétos acompañá, per la condissió del camí que teníu que fé, aquí a la alcoba ting que despedím de vos, a lo que hay vingut. Y per naixó, antes de dixátos en Deu, tos rogo que per l´amor a la amistat que ña entre natros, que no tos olvidéu de mí, y si es possible, antes de que mos arribo la nostra hora, que vos, habén ficat en orden les vostres coses a la Lombardía, una vegada per lo menos vinguéu a vórem pera que puga yo entonses enmendá la falta que ara per la vostra pressa ting que cometre; y hasta que aixó passo, visitéume en cartes y demanáume les coses que tos agradon, que en mes agrado per vos que per cap home del món u faré en seguridat.

Micer Torello no va pugué aguantás les llágrimes, y per naixó, impedit per nelles, va contestá en poques paraules que ere impossible que may los seus benefissis y lo seu valor se ni anaren de la memoria, y que sense falta lo que li demanabe faríe si lo tems lay consedíe. Per lo que Saladino, abrassánlo y besánlo, entre llagrimots li va di:

- Anéu en Deu - y va eixí de la alcoba, y los demés baróns detrás dell se van despedí y sen van aná en Saladino a la sala aon habíe fet prepará lo llit.

Pero sén ya tard y lo nigromante están esperán a fé alló y preparánu tot, va vindre un meche en un brebaje pera micer Torello, y diénli que lay donabe pera reforsál, sel va beure: y no va passá mol rato abáns de adormís. Y aixina dormín va sé portat per orden de Saladino al hermós llit; y li van colocá una gran y bella corona mol valuosa, y la va siñalá de manera que claramen se va vore después que Saladino lay enviabe a la dona de micer Torello. Después, li va ficá a micer Torello al dit un anell al que se habíe engastat un carbunclo tan relluén que pareixíe una antorcha ensesa, de valor inestimable; después li va fé señí una espasa valuosa, y un broche al pit, en perles may vistes, y moltes atres pedres pressioses, y después, als dos flancos, va fé ficá dos grandíssims ribells de or plens de doblers y perles enredades, y anells, y sinturóns, y datres coses que llarg siríe contáu. Y fet aixó, un atra vegada va besá a micer Torello y li va maná al nigromante que faiguere lo seu; per lo que, en seguida, en presensia de Saladino, lo llit que portabe a micer Torello, va desapareixe de allí, y Saladino se va quedá parlán dell en los seus baróns.

Ya a la iglesia de San Pietro de Cieldoro (ciel d´oro, sel o sial de or) de Pavia, tal com u habíe demanat, estabe micer Torello en totes les dites joyes y adornos, y encara dormíe, cuan habén tocat ya a maitines, lo sacristá va entrá a la iglesia en una llum a la ma, va vore lo ric llit y no sol se va maravellá, sino que se va esglayá, y va fugí. Veénlo lo abat y les monjos, li van preguntá la raó. Lo monjo la va di.- ¡Oh! - va di lo abat -, no eres ya cap chiquet ni tan nou a la iglesia pera espantát tan fássilmen; anémhi, pos, y veigám quín coco has vist. Enseses, pos, mes llums, lo abat en tots los seus monjos van entrá a la iglesia y van vore este llit tan maravellós y ric, y al caballé que dormíe; y mentres, temoricos y timits, sense arrimás al llit, les nobles joyes miraben, va passá que, habén passat la virtut del brebaje, micer Torello se va despertá y va suspirá. Los monjos al vore aixó, y lo abat en ells, espantats y cridán: "¡Siñó, ajúdamos!", van fugí tots.

Micer Torello, uberts los ulls y mirán al voltán, va vore que estabe allí aon li habíe demanat a Saladino, de lo que se va ficá mol contén; per lo que, assentánse al llit y miránu tot detalladamen, per mol que ya sabíe la magnifissensia de Saladino, li va pareixe ara mes gran. Veén als monjos fugín y donánsen cuenta del perqué, va escomensá a cridá al abat pel seu nom, y a rogáli que no tingueren temó, perque ell ere Torello, lo seu nebot. Lo abat, al sentí aixó, encara se va esglayá mes, perque lo teníe per mort; pero después de un rato, tranquilisat per verdaderes probes, fen la siñal de la santa creu, se va arrimá cap an ell; al que micer Torello va di: - Oh, pare meu, ¿de qué teníu temó? estic viu, grassies a Deu, y aquí hay tornat de ultramar. Lo abat, a pesá de que teníe la barba llarga y estabe vestit en traje de moros, después de un bon rato lo va reconeixe al final, y lo va agarrá de la ma, y li va di:
- Fill meu, ¡sigues ben vingut! - No tens que extrañát de la nostra temó, perque an esta terra no ña dingú que no cregue firmemen que estás mort. Hasta doña Adalieta, la teua dona, vensuda per los rogs y les amenasses dels seus paréns y contra la seua voluntat, se ha tornat a casá; y avui de matí té que anássen en lo seu home, y les bodes y tot lo que se nessessite pera la festa está ya preparat.
Micer Torello, eixecánse del ric llit y fénlos al abat y als monjos maravelloses festes, los va demaná a tots que de la seua tornada no parlaren en dingú, hasta que no haguere ell resolt un assunto seu. Después de aixó, fen ficá a salvo les riques joyes, li va contá al abat lo que li habíe passat hasta aquell momén. Lo abat, contén de les seues aventures, en ell va doná grassies a Deu. Después de aixó, li va preguntá micer Torello al abat quí ere lo nou home de la seua dona. Lo abat lay va di, a lo que micer Torello va di:
- Abáns de que se sápigue que hay tornat vull vore lo comportamén que té la meua dona en estes bodes; y per naixó, encara que no sigue costum que los religiosos vaiguen a tals convits, vull que per lo meu amor u arregléu de manera que los dos hi aniguem.

Lo abat va contestá que de bona gana; y al fés de día va maná un recado al ressién casat dién que volíe assistí a la boda en un compañ; a lo que lo gentilhome va contestá que mol li agradabe. Arribada, pos, la hora del minjá, micer Torello, en aquell traje que portabe, sen va aná en lo abat a casa del ressién casat, mirat per tots en assombro, pero no reconegut per dingú; y lo abat los díe a tots que ere un sarraceno enviat per lo sultán al rey de Fransa com a embaixadó. Y, pos, micer Torello assentat a una taula exactamen enfrente de la seua dona, a la que en grandíssim plaé mirabe; y en lo gesto li pareixíe molesta per estes bodes.
Ella tamé alguna vegada lo mirabe, no perque lo reconeguere en res (que la llarga barba y lo extrañ traje y la firme creensia de que estabe mort no lay permitíen), sino per la raresa del traje. Pero cuan li va pareixe oportú a micer Torello vore si sen enrecordabe dell, traénse del dit lo anell que la seua dona li habíe donat al separás della, va fé cridá a un mosset que servíe dabán dell, y li va di:

- Dísli de la meua part a la ressién casada que al meu país se acostume, cuan algún forasté com yo minge al banquete de una ressién casada, com es ella, en siñal de que li agrade de que ell haigue vingut a minjá, que ella li envíe la copa en la que beu plena de vi; y después de que lo forasté ha begut, tapánla, la novia se beu lo que ha quedat.

Lo jovenet li va doná lo recado a la Siñora, que pensán que aquell ere un gran infanzón, pera mostrá que li agradabe la seua arribada, una gran copa dorada, que teníe dabán, va maná que fore rentada y omplida a cormull de vi y portada al gentilhome; y aixina se va fé. Micer Torello, que se habíe embutit a la boca lo seu anell, lo va dixá caure a dins de la copa sense que dingú sen acatare, y dixán un poc de vi, la va tapá y lay va enviá a la Siñora. Ella, prenénla, pera cumplí en la costum, destapánla se la va portá a la boca y va vore lo anell, y sense di res lo va está mirán un rato; y reconeixénlo com lo que ella li habíe donat al anássen a micer Torello, lo va pendre, y mirán fíxamen al que creíe forasté, com si se haguere tornat loca, tirán an terra la taula que teníe dabán, va cridá:

- ¡Es lo meu siñó, es verdaderamen micer Torello!

Y corrén a la taula a la que ell estabe assentat, sense importáli les seues robes ni res de lo que ñabíe damún de la taula, se va aviá contra nell, lo va abrassá mol fort, y no se la va pugué arrencá del seu coll, hasta que micer Torello li va di que se tranquilisare una mica, perque tems ñauríe de abrassál. Entonses ella, alsánse, están ya les bodes totes turbades y en part mes alegres que may per la recuperassió de tal caballé, rogats per nell, tots van callá; per lo que micer Torello los va narrá tot lo que li habíe passat desdel día de la seua partida hastan aquell momén, concluín que al gentilhome que, creénlo mort, habíe pres per dona a la seua, si están viu lay preníe, no teníe que paréixeli mal.
Lo ressién casat, encara que se sentire burlat, generosamen y com amic va contestá que de les seues coses podíe fé lo que mes li agradare. La Siñora, lo anell y la corona ressibides del nou home allí los va dixá y se va ficá aquell que de la copa habíe pres, y tamé la corona que li habíe enviat lo sultán. Ixín de la casa aon estaben, en tota la pompa de unes bodes, hasta la casa de micer Torello sen van aná, y allí los desconsolats amics y paréns y tots los siudadáns, que lo miraben com si haguere ressusitat, en llarga y alegre festa se van consolá. Micer Torello, donánlos de les seues pressioses joyes una part als que habíen fet lo gasto de les bodes y al abat y a mols atres, y per mich de un mensajero fenli sabé la seua felís repatriassió a Saladino, declaránse lo seu amic y criat, mols añs en la seua valerosa dona va viure después, sén mes cortés que may.

Este va sé, pos, lo final de les penes de micer Torello y de les de la seua volguda dona, y lo galardón de les seues alegres cortessíes.
Algúns que tenen en qué, saben tan mal féles que les fan pagá mes de lo que valen; per lo que, si de elles no se seguix cap recompensa, no tenen que maravillás, ni ells ni datres.

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